Bollettino 121


CLUB DI CONVERSAZIONE

ITALIANA DI TOURNAI





Scena erotica.
Casa del Centenario a Pompei
(città il cui nome completo era
"Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum")




Dicembre 2005 - N° 121




EROS A POMPEI


" Se qualcuno ricerca in questa città teneri amplessi, sappia che qui le ragazze sono tutte disponibili " : inciso su una parete interna della Basilica, quasi una locandina dell'azienda di soggiorno, l'allettante graffito non lasciava dubbi sulla principale attrazione turistica di Pompei.
Si andava a fare un giro sotto il Vesuvio un po' come oggi a Cuba o in Thailandia. Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum, era chiamata la città nei suoi ultimi decenni, e mai nome fu più coincidente con il proprio destino.
La grande dea dell'amore, Venere, era effigiata ovunque e in tutte le (più imbarazzanti) posizioni, dalla nascita nella conchiglia agli intrighi adulterini con Marte, alla conseguente vendetta del legittimo sposo Vulcano. E il suo influsso ebolliva riversandosi generosamente su cittadini e forestieri.
Ne fanno fede le iscrizioni. Rovelli, manie, ossessioni sono sempre gli stessi, da duemila (e chissà quanti più) anni a questa parte, e il lessico che li veicola conserva singolari assonanze con quello d'oggi. " Restituta, lèvati la tunica, facci vedere pilosum cunnum " incita l'avventore di un'osteria.
" Qui ho trafitto di brutto la signora..." proclama trionfante un anonimo gladiatore, dalla parti della Palestra. " Qui Quinzione futuit natiche sculettanti " ribatte un altro, con tanto di firma. E un altro annota: " Ninfa, fututa; Amomo, fututa, Perenne, fututus " (donne e uomini, faceva poca differenza: la bisessualità era normale).
Né erano soltanto maschili le vanterie : una certa Euplia fa sapere che " qui si è congiunta con uomini gagliardi a volontà ", mentre " Romula, di uomini, mille, diecimila ".
Amori mercenari, soprattutto. Negli ultimi anni prima dell'eruzione a Pompei si annoveravano 35 bordelli, per una popolazione tra gli otto e i dodicimila abitanti (a titolo di confronto, le sartorie erano 29, i panifici 35, le tintorie 18, le osterie 120, gli alberghi 44).
A eccezione dell'unico lupanare sorto proprio con questa destinazione, si trattava per lo più di ambienti ricavati nelle locande o in zone separate delle ville più signorili, dove il dominus non disdegnava i proventi del lenocinio, esercitato per il tramite di un liberto.
Nella casa dei ricchissimi fratelli Vettii, per esempio, offriva la sue prestazioni la schiava Eutichide, " di belle maniere, per 2 assi " (un asse corrispondeva a una razione di vino, o a mezza di pane).

Anche la prostituzione maschile, per uomini e donne, era praticata: Menandro, pure lui " di belle maniere ", costava a sua volta 2 assi. Più caro un tale Marittimo, 4 assi (che specificava: " virgines ammittit "), mentre c'era chi arrivava fino a 5 sesterzi, pari a 20 assi. I prezzi tenevano conto delle prestazioni : molto apprezzate la fellatio e il cunnilingus.
Sulle pareti delle cellae meretricae, affreschi e bassorilievi avevano lo scopo di eccitare il desiderio e di illustrare la specialità della casa riproducendo i cosiddetti schemata Veneris, le figure dell'amplesso, quelle stesse poeticamente raccomandate da Ovidio nell'Ars amatoria. In un caso, il quadretto è accompagnato da una scritta curiosa: " Lente impelle ", spingi piano.
Quel che emerge, dai reperti erotici pompeiani oggi ospitati nel " Gabinetto segreto " del Museo archeologico di Napoli, è un modo di vivere la sessualità più giocoso e leggero, pur nella pesantezza verbale e figurativa, con il membro virile rappresentato ovunque e nelle combinazioni più fantasiose, come amuleto contro il malocchio e portatore di prosperità.
    
Non per niente è proprio in relazione a questi reperti, catalogati da Giuseppe Fiorelli, che a metà '800 comiciò a diffondersi il termine " pornografia ". Straordinario, fra gli altri, il tintinnabulum di bronzo con un gladiatore che combatte contro il proprio fallo trasformato in una fiera che lo assale. Una battaglia tra le proprie contrastanti spinte (tra la ragione e la volontà, si potrebbe dire in termini schopehaueriani) che doveva ripetersi ogni giorno migliaia di volte, alle falde del Vesuvio. Finché un'altra più rovente eruzione mise fine a tutto.

Maurizio Assalto
per La Stampa

Fonte:
http://213.215.144.81/dagosex/erotika/erotika_152.html





    
L'ultimo luogo pubblico che citiamo è sicuramente quello che maggiormente incuriosisce i turisti, dà inoltre dimostrazione che un certo mestiere è il più antico del mondo: parliamo del Lupanare ed il mestiere è quello della "meretrice". In effetti, non era questa cosa così mal vista: le Signore godevano spesso di molta fama ed importanza ed il loro sostegno, o sdegno, durante eventuali elezioni poteva cambiare le sorti di questo o quel personaggio. Era allora uso fare campagna pubblicitaria scritta tracciando sulle pareti dei palazzi scritte a vivaci colori del tipo: "Vota Tizio, lo fa anche la bella Caia". E le prostitute non operavano certo per strada: avevano case apposite attrezzate per l'occasione.
Quello attualmente visibile è un lupanare piccolo: poche camerette piccole, giusto lo spazio per un letto, una latrina sul fondo e due ingressi, un secondo piano con balcone. Vicino alla porta di ogni cameretta un'immagine dipinta con le evoluzioni erotiche di un uomo ed una donna, secondo alcuni nella posa più nota per la ragazza in questione: si può curiosamente ricordare come qui sia stata rinvenuta una porzione di pasta e fagioli non consumata.
Lo abbiamo detto, Pompei era dedicata a Venere anche da Silla e a questa dea era dedicato il primo tempio, quello della divinità protettrice della città, una Venere genitrix, dea dell'amore, della fecondità e della ricchezza del genere umano.

Almalinda Giacummo

Fonte:
http://www.arcobaleno.net/turismo/Pompei-edificipubblici.htm





Era con il suo primo rapporto sessuale con una donna, più che indossando la toga virile, che il maschio romano attestava il proprio ingresso nella maggiore età. Per la mentalità latina il soddisfacimento dei piaceri fisici era una delle condizioni indispensabili per garantire la stabilità della struttura sociale, basata soprattutto sulla virilità dell'uomo.
Ma se nella Roma antica foste andati di notte sulla Via Appia o in qualunque altra strada del centro urbano, non avreste incontrato le passeggiatrici; a differenza di quella fiera delle nudità che fa bella mostra di sé in quasi tutte le nostre strade, oggi in Italia, nel mondo romano la prostituzione era praticata solo nei lupanari, i bordelli, che per la loro innegabile funzione sociale erano addirittura posti sotto la tutela e il controllo dello Stato.
Il diritto romano regolò con varie leggi la prostituzione: le "case" potevano essere aperte solo nelle ore notturne, evidentemente perché di giorno avrebbero danneggiato l'economia distraendo il cittadino dalle consuete attività produttive; ed erano situate fuori città o comunque in zone urbane ben individuabili e accessibili solo da chi volesse frequentarle: un po' come avviene oggi in molte città dell'Europa centrale.
Le inquiline dei lupanari erano regolarmente registrate e adottavano un fittizio nome di battaglia, dovendo abbandonare quello della famiglia d'origine. A differenza delle moderne dame di compagnia, che qui in Italia fanno lauti guadagni ma non pagano le tasse, le prostitute romane guadagnavano poco e per di più venivano anche tassate: fu Caligola a vedere nella prostituzione un buon affare per lo Stato facendone un settore d'interesse per il fisco. E, intendiamoci, niente condoni…
Solitamente le meretrici erano schiave o appartenevano ai ceti più miseri, ma, per quel gusto della trasgressione che è sempre stato forte nella natura umana, non era nemmeno infrequente trovarsi a letto con una… prestatrice d'opera d'alto rango, che ovviamente si presentava sotto falso nome, come si dice dell'irrefrenabile Messalina, moglie dell'imperatore Claudio. E non era certo la sola.
A Roma c'erano qualcosa come 32mila prostitute, che si vendevano per l'equivalente di pochi euro di oggi nei lupanari dei bassifondi, dove le stanze erano piccole e più simili a celle che a un'alcova di piacere; sui muri, dipinti o scritte erotiche solleticavano gli appetiti dei clienti e servivano come catalogo delle varie prestazioni. Naturalmente, come oggi, non mancavano i prostituti maschi.
E non mancavano nemmeno quelli che, come nella nostra società moderna, chiameremmo… "club privés": dei lussuosi postriboli privati ospitati in abitazioni patrizie, gestiti dalle stesse matrone e ben frequentati dall'alta società, mariti e figli delle matrone compresi.
Società gaudente e sfrenata liberalità di costumi, non c'è che dire. Ma i tempi erano quelli: posti sotto l'alto patronato di due divinità che di sesso se ne intendevano: Venere Ericìna, una divinità importata dalla Sicilia, le cui sacerdotesse praticavano la prostituzione come un rito religioso (per fare sesso, allora come oggi, tutte le scuse erano buone…); e Prìapo, un dio importato a Roma dall'Asia minore, raffigurato con un membro virile da far invidia. E a questi dèi la società romana non mancò mai di esprimere nei fatti la propria spontanea e compiaciuta venerazione.
Per finire, una considerazione su una caratteristica indisponente dell'opinione pubblica romana in tema di comportamenti sessuali: un maschio libero che si concedeva rapporti erotici con un altro maschio, era al massimo considerato semplicemente impudicus, uno sporcaccione; mentre a una povera prostituta venivano affibbiati appellativi che, impietosamente e senza possibilità di equivoci, ne individuavano la professione, rimarcandone l'abiezione; appellativi che si sono trasferiti col tempo nel moderno vocabolario volgare: lupa, dal nome di quella selvaggia e sempre allupata Acca Larenzia che aveva allevato Romolo e Remo; puttana, dal verbo latino putere, puzzare; troia, termine spregiativo che fa riferimento alla femmina del porco; o infine femmina da troiaio, porcile, per indicare quel luogo fetido e lurido dove le malcapitate si prostituivano.

Fonte:
http://www.alalba.it/Roma-antica-Prostituzione.htm



Nel corso della riunione del 7 dicembre 2005 ceneremo secondo la formula abituale. Ognuno è quindi invitato a portare del cibo (a piacimento) in quantità sufficienti da poter ottenere un buffet variegato e abbondante. Il club, come al solito, si occupa delle bevande.
Per di più sarebbe bello vestirci ai colori dell'Italia : verde, bianco, rosso o azzuro. Avremo anche il piacere di avere come ospite il nostro amico tuareg Amuman.


La volta scorsa

E' diventata quasi una tradizione : Vincent Devos è venuto con la sua consueta carica di simpatia e di energia a presentarci l'ormai pluriannuale esperienza di scambio culturale tra il Collège Notre-Dame de la Tombe di Kain e il Liceo scientifico Paleocapa di Rovigo. Con una quantità di documentazione impressionante ci ha fatto condividere questa bella prova di amicizia tra studenti, insegnanti e responsabili scolastici dello Hainaut e del Veneto. Un cosa sicuramente molto curiosa è stata quella di scoprire che la nostra nuova socia Pamela Tizzani aveva lavorato negli anni scorsi per il Paleocapa di Rovigo. Il mondo è veramente piccolo. Ed è stato ancora una volta provato.
Nel corso della riunione la stessa Pamela ha voluto offrire a tutti i presenti il bicchiere dell'amiciza in occasione del suo compleanno. Insieme abbiamo condiviso un dolce (portato anche da lei) e quindi abbiamo bevuto lo spumante brindando alla sua salute. Ti ringraziamo Pamela per questa gentile attenzione.
La riunione è proseguita con una discussione che si può definire sostenuta e vivace sul tema dei "regali".


Zuccherificio di Fontenoy (Iscal Sugar)

Come previsto, la visita dello zuccherificio di Fontenoy si è svolta sabato 19 novembre. Bisogna subito dire che siamo rimasti impressionati dall'importanza del sito e dalle complesse operazioni di lavorazione. Le guide, Samuel Vincent e Eric Louviau, bravissime, nel corso della visita ci hanno presentato e dettagliato il processo di estrazione dello zucchero dalle barbabietole (mediamente soltanto il 16% !). Ci hanno anche, tra l'altro, spiegato che lo zucchero prodotto in Belgio proviene ormai quasi esclusivamente dagli zuccherifici di Fontenoy e Tirlemont...










Occorre aggiungere che la visita si è svolta in condizioni ambientali piuttosto difficili : la temperatura dentro i reparti di lavorazione sembrava talvolta raggiungere quella di una sauna mentre fuori faceva molto freddo ! La nebbia poi che ricopriva tutto il sito di Fontenoy dava alla visita un fascino inquietante…